DOVE ANDIAMO
Il ragazzo e la ragazza camminavano fianco a fianco. Non c’era una strada da seguire né la traccia di un sentiero. Erano immersi in un cielo pesante lanuginoso che cancellava l’orizzonte. Dopo tanto frastuono, adesso regnava un silenzio che sarebbe stato tombale se non fosse che intorno stormi di uccelli volavano bassi stridendo. Così bianchi da sembrare parvenze inconsistenti.
Se la ragazza al culmine della fatica non avesse detto: «Su, andiamo», il ragazzo si sarebbe accucciato per terra e non si sarebbe più mosso. Troppe cose erano successe. E adesso erano stremati. Così, all’inizio lui aveva fatto resistenza: «Non ho voglia, non ho più voglia, Layla», aveva mormorato scuotendo la testa con l’aria di chi non crede più in niente, e meno che mai in sé stesso.
Lei lo aveva guardato in preda alla disperazione. «Su andiamo, Pier, – aveva ripetuto, mentre sentiva crollarle le ginocchia. – Non mi puoi lasciare da sola proprio adesso».
Si erano incamminati trascinando i piedi sul suolo arido sollevando sbuffi di polvere, ma più andavano avanti più il passo si faceva deciso, come se ci fosse una forza nel semplice andare.
«Quando c’è una meta anche il deserto diventa strada». Le parole lontane di sua nonna Aisha riecheggiavano nella memoria della ragazza come un richiamo a un tempo in cui c’erano mete da raggiungere.
«Dove andiamo?» chiese il ragazzo, seguendo il volteggiare lieve degli uccelli. 2
«Da qualche parte che non sia qui è la nostra meta», si sorprese a rispondere la ragazza, puntando verso l’incerto orizzonte.
